Gianni Guarracino: “Paco de Lucía mi ha segnato musicalmente. Pino Daniele era uno di famiglia”

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di Claudio Donato

Una bellissima intervista al grande chitarrista Gianni Guarracino, compositore e arrangiatore partenopeo. Un grande musicista che parla di musica: un’Arte vista e vissuta in ogni sua singola sfaccettatura

Guarracino, la cui maggiore grandezza sta nella sua semplicità, non ha certo bisogno di alcuna presentazione: il suo nome è un marchio ben consolidato. La sua Arte musicale, riconosciuta da tutti,  è stata oggetto di tantissimi grandi artisti come Pino Daniele e Paco de Lucía, giusto per citare qualche nome.

Gianni, non possiamo esimerci dal dare un ricordo su Pino. Facciamolo rivivere, attraverso le tue parole, a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo da vicino

Pino Daniele è una persona che negli anni è diventata una superstar della musica italiana con tantissime collaborazioni importanti con grandi musicisti americani, ricordo un nome per tutti: Eric Clapton. Non si è fatto mancare nulla. Sul lavoro è sempre stato molto pignolo, uno che ha preteso molto da se stesso e dagli altri. E’ stato sempre molto attento; anche negli ultimi due concerti del 15 e 16 dicembre al teatro Tenda, ricordo che provò con tutti gli ospiti. Sarà stato 5- 6 ore a provare. Per lui la musica era la sua vita, non c’era separazione”.

Alma partenopea, nata un po’ per gioco con l’amico Leo D’Angelo, sta riscuotendo un bel consenso

“ E’ un qualcosa  – come giustamente affermi – che con Leo è iniziata un po’ per gioco, per la voglia di suonare anche cose che ci appartenevano, perché ho collaborato sia con Eduardo De Crescenzo che con Pino Daniele. Anche Leo condivide questo mio mondo. La musica dovrebbe divertire innanzitutto chi la fa. Non bisogna suonare soltanto per il guadagno, ma per la voglia di stare bene. Il consenso di Alma partenopea è legato un po’ al successo della gente. Il pubblico ogni qualvolta che ci ascolta si entusiasma perché vede che ci divertiamo. Oltre alla bravura è importante l’atteggiamento di chi suona. Io sono stato negli Stati Uniti e, posso assicurarti, che la gente suona con grande passione e trasporto. Questa è una cosa che in Italia si è un po’ persa. In Italia non si fa quasi nulla per premiare la qualità. La musica dovrebbe nascere dalla base, prima di arrivare ai concerti e alle tv. In Italia esiste il contrario: si parte dalle tv e, quindi,  dal successo immediato per poi fare qualche concerto. Le gerarchie si sono capovolte. All’estero si suona nei locali. Il locale deve servire per far crescere i giovani. Bisogna dare a questi ragazzi il modo di sviluppare una personalità reale, non fittizia, magari costruita in qualche mese di talent”.

Ogni nota è sentimento, passione, ed ogni luogo ti lascia qualcosa dentro. Tra i vari artisti con cui hai collaborato chi ti ha lasciato qualcosa di particolare?

“Un rapporto speciale l’ho avuto con Paco de Lucía, con la sua musica e il Flamenco in generale. Oltre a suonare con lui alcune volte, Paco è stato ospite anche nel mio primo disco. Paco e Pino Daniele li porto dentro. Pino è come uno di famiglia, Paco, invece, mi ha segnato musicalmente e mi ha lasciato quel tipo di sentimento di cui tu parli”.

Nello studio di uno strumento, nel caso caso specifico della chitarra, riscontri nei giovani la propensione al sacrificio?

“La riscontro ma,  purtroppo, quello che noto è che per questi giovani non c’è un giusto ambiente nel quale misurarsi e crescere. Adesso sta spopolando il ‘fenomeno youtube’ che consiste nel filmarsi da casa mentre si suona, ma non esiste il confronto con altri musicisti, in un contesto di comunicazione con il pubblico. Non si cresce restando chiusi da soli in una stanza”.  

Qual è la tua scaramanzia?

“La mia scaramanzia (ride ndr) è quella di lavare le mani. A volte succede che in un club mangi qualcosa e mi piace avere mani pulite e calde. Il resto lo fa la musica, devi solo lasciarti trasportare”.

Da te vorrei un ricordo anche di Mango, un’altra grande voce della quale si sente la mancanza

“Di lui conservo un incontro molto umano. Era rimasta anche l’intenzione di fare qualcosa insieme. Bella voce, grande creatività. Una bella persona. Quello che gli è successo mi ha rattristato molto. Morire nel pieno della propria attività è un qualcosa difficile da capire. Per un musicista  – prosegue – stare sul palco e vedere il proprio pubblico che lo applaude è una immagine che porterà sempre con sé”.

Come ti definiresti?

“Un viaggiatore. Per me la musica è bella a 360 gradi. Mi sono diplomato in chitarra classica e ho suonato il pop italiano, approfondito il Flamenco e sono entrato in altri studi come quello del Jazz. Parlo di musica seria e onesta. La musica va rispettata. In Italia viene rispettata poco e, ti dico, che mi dispiace molto”.

In molti mi hanno chiesto di chiederti qualche notizia su Joe Amoruso

“Da quello che so sta migliorando. Il mio augurio è quello che Joe riesca a riprendersi a livelli accettabili. Anche lui è un grande musicista, così come lo era Rino Zurzolo. La sua scomparsa mi ha addolorato tantissimo. Posso dirti una cosa: noi musicisti viviamo per la musica. Senza musica per noi è complicato. E’ come se ti mancasse tutto. Chiudi gli occhi su altre cose, ma senza musica non puoi stare. E’ il nostro faro”.

Che consiglio, Gianni, puoi dare ad un giovane che vuole fare questo lavoro?

“ Un giovane deve rendersi conto se può stare senza musica. Se devi suonare lo farai, magari non come desideravi, ma lo farai. La cosa più importante è capire se puoi vivere senza musica. Se non ci riesci devi suonare. E’ qualcosa che deve partire da dentro. Suonare richiede tanti sacrifici. Dalla musica mi piacerebbe che si tirasse fuori il senso della vita”


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